Il ’700 casertano

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ITINERARI ACCESSIBILI – IL ’700 CASERTANO
Il settecento casertano: dal Villaggio alla città radiale
- Largo Sant’Elena
- Convento e Chiesa di Sant’Agostino
- Via Mazzini
- Piazza Vanvitelli
- Convento e Chiesa di Sant’Antonio
- Via De Dominicis e Palazzo Paternò
LEGENDA SIMBOLI
sedia Informazione sull’accessibilità per persone su sedia a ruote
audio Informazione sull’accessibilità per persone non vedenti o ipovedenti.
lis Informazione sull’accessibilità per persone non udenti o ipoacusiche.

L’assenza di uno dei simboli sta a significare che non sono previste informazioni per quel tipo di disabilità.

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Via Mazzocchi
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S. Elena
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Piazza Vanvitelli
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Duomo di Caserta

Largo Sant’Elena
HandicapAl primo ingresso di piazza Gramsci ci sono dei paletti che rendono difficoltoso il passaggio a persone su sedia a ruote. Poco più avanti c’è un secondo ingresso accessibile. La chiesetta di S. Elena non è accessibile in quanto sono presenti all’ingresso due gradini alti.
Convento e Chiesa di Sant’Agostino
HandicapIl Convento è visibile accedendo dall’ingresso dell’ex Museo delle cere. La Chiesa presenta all’ingresso un gradino di circa 15 cm.

Via Mazzini
HandicapLa via presenta basolame ma è agevolmente percorribile.


Piazza Vanvitelli

HandicapLa Piazza è accessibile. Da qui si può decidere se proseguire per Corso Giannone e raggiungere la Chiesa di S. Antonio o se proseguire per Via Pollio, giungere in Piazza Duomo e accedere in Via De Dominicis dove è sito Palazzo Paternò.
Via De Dominicis e Palazzo Paternò
HandicapLa via presenta basolame ma è agevolmente percorribile.
Il Palazzo Paternò, essendo di proprietà privata, è visibile solo dall’esterno.

1. VIA SANT’ELENA
Poco distante dal Sacrario dell’Aeronautica corre via Sant’Elena, denominata dai Casertani via Santella. La via prende il nome dalla Chiesetta di Sant’Elena, edificata nel 1500 e restaurata nel 1700 da Luigi Vanvitelli. L’architetto realizzò sul retro della Chiesetta un corridoio, che comunicava con il cortile della sua abitazione, il cui ingresso affacciava sul Corso Trieste, per poter partecipare alla santa Messa anche quando era indisposto. In essa lapidi ricordano non solo eventi ma anche personaggi ivi sepolti, tra i quali Pietro Bernasconi, capomastro di Luigi Vanvitelli. Percorrendo Via Mazzocchi si giunge a Via Mazzini. Subito si apre alla vista Largo San Sebastiano, sul quale affacciano il Convento e la Chiesa di Sant’Agostino. Sulla destra è visibile Piazza Dante, piccolo salotto della città nei cui edifici a pianta arcuata risiedono i due circoli più antichi di Caserta: il Circolo Nazionale e il Circolo Sociale. Di quest’ultimo furono soci il figlio di Cesare Battisti e Armando Diaz, che divenne il Maresciallo d’Italia e il Duca della Vittoria, entrambi ufficiali della X Artiglieria di stanza a Caserta. Quattro lapidi riportano uomini ed eventi degni di essere ricordati ai posteri.
2. CONVENTO E CHIESA DI S. AGOSTINO
La Chiesa di S. Agostino conserva la memoria del culto a S. Sebastiano, tra i più antichi a Caserta, peculiare della parte in piano tanto che al nome del villaggio Torre fu affiancato quello del Santo martire. Questo perché, dall’incendio che ne distrusse la chiesa nel 1783, la sede della parrocchia fu prima presso la chiesa dei Carmelitani, e dal 1822 presso la chiesa del Redentore e dal 1930 nel sito attuale. La presenza degli Agostiniani in Caserta è attestata già dal sec. XIII: Carlo II concesse loro un privilegio per il commercio dei grani. Il convento, perché spopolato, fu soppresso da Innocenzo X nel 1652. In esso subentrarono le Domenicane, sfruttando una donazione di Andrea Matteo d’Acquaviva per l’istituzione di un Conservatorio per fanciulle indigenti, ma il convento vero e proprio sorse solo nel 1712 per l’opera di due nobildonne di Acerra e Marcianise. Non è chiaro se il sito attuale sia quello del convento medievale. La collocazione baricentrica rispetto all’impianto urbanistico e viario dei borghi casertani nel piano lasciano ipotizzare la continuità nello stesso luogo per l’insediamento religioso. La chiesa attuale fu edificata sulla precedente, probabilmente del sec. XV. Non è noto l’anno né l’artefice del rifacimento settecentesco perché la bibliografia non è concorde sull’attribuzione al Vanvitelli o qualche suo collaboratore (Patturelli o Bernasconi). In verità nel 1753 le Monache supplicarono il sovrano Carlo di Borbone (per il tramite del Ministro Tanucci) di interessare il Vanvitelli, il quale, secondo gli studi più recenti, pare si limitasse a fornire una perizia per il tetto. Carlo infatti, per non intralciare il cantiere della nascente Reggia, dirottò l’incombenza sulle maestranze impegnate nella ristrutturazione del Palazzo Vecchio. I lavori furono così eseguiti dal Negroni (1756). Ad una successiva richiesta delle Monache, nel 1767/68, Collecini e Patturelli produssero una nuova stima degli interventi. Comunque sia, la chiesa è perfettamente inserita nella temperie culturale classica importata da Roma da Luigi Vanvitelli, sia per il semplice esterno (realizzato nel 1843/46) che per il composto, ma articolato interno, che pare intervenuto solo a movimentare l’antica aula unica agostiniana. Nell’atrio infatti sopravvivono due affreschi dei primi del sec. XVII (S. Antonio Abate a sinistra, Madonna delle Grazie a destra) e, nei vani sinistri della navata anche degli affreschi della metà del sec. XVI (Maria Maddalena), ancora da indagare e da riportare alla luce. Gli ovali della navata, raffigurano (da sx) S. Teresa (A. Dominici), S. Rosa (P. Bardellino), S. Caterina (G. Diano) ed una santa Carmelitana (D. Mondo), tutti della fine del ’700. All’altare sinistro Santi Anna e Gioacchino, con la Vergine bambina e i Santi Rocco, Michele ed Antonio Abate di Diano, all’altare destro Madonna del Rosario e i santi Domenicani di Girolamo Starace Franchis. L’altare maggiore è della seconda metà dell’Ottocento.

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S. Agostino
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Piazza Vanvitelli
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Via Mazzini
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Via Mazzini

3. VIA MAZZINI
Una volta via principale della città con Teatro, il Municipio e la Pretura, oggi è rimasto solo il teatro e una lapide sull’ex Pretura che ricorda un annuncio di Garibaldi dopo la vittoriosa battaglia del Volturno. Percorrendo via Mazzini, è possibile ammirare il Teatro Cimarosa o Teatro Comunale. Come è noto, Carlo di Borbone ebbe l’idea di costruire una magnifica reggia affiancata da una città pianificata, da destinare a nuova capitale del regno. E, puntualmente, Vanvitelli realizzò progetti per l’una e per l’altra. Ma se del palazzo reale gran parte dell’idea progettuale è oggi visibile perché attuata, della città nuova (da affiancarsi al borgo di Torre, nucleo della Caserta medievale e rinascimentale nel piano) nulla fu realizzato. E insieme alla città fummo privati di un grande teatro barocco pubblico. Ciò anche perché, su ordine del re, Vanvitelli realizzò (modificando i disegni originari e quelli della prima edizione a stampa del 1756) il Teatro “Domestico” di Corte nel palazzo. Vanvitelli aveva previsto il teatro pubblico dove oggi è il distretto militare (viale Douhet) e disegnato come un grande edificio rettangolare. Solo nell’Ottocento si decise di realizzare un teatro pubblico, nel luogo attuale. La scelta del sito non fu delle più felici per le dimensioni ridotte e la forma del terreno disponibile, non altrimenti ampliabile anche perché limitato da un lato dal Municipio. La sala casertana fu la prima di quelle campane direttamente ispirate ad alcune soluzioni adottate da Antonio Niccolini nel 1816 per la ricostruzione del San Carlo di Napoli. In particolare, dal teatro napoletano il teatro comunale mutuò le decorazioni del palco reale e la cassa armonica ricavata al di sotto dell’orchestra. Non fu seguita invece l’esperienza del Niccolini nella scelta di una pianta ellittica (evidente nella pianta di Caserta del 1857, a cura del Reale Officio Topografico), nei tre ordini di dieci e nella angusta soluzione della facciata (non in asse con la sala). Progettista fu Gaetano De Lillo (membro di una famiglia di architetti impegnati in altre opere casertane) che iniziò i lavori nel 1825. Dopo la sospensione nel ’27 e l’intervento dell’architetto Filippo Giuliani, l’inaugurazione avvenne nel 1830: L’intitolazione fu alla regina Isabella di Borbone-Spagna, seconda moglie di Francesco I e finanziatrice del completamento dell’opera. Il re donò 4 colonne e un “passo” di terra per ampliare il palcoscenico. Dopo l’Unità il teatro fu intitolato a Cimarosa. Nell’aprile del 1895 vide il debutto nella lirica di repertorio di Enrico Caruso (Cavalleria Rusticana e Faust). La facciata con quattro colonne (distrutta dall’ultimo restauro) fu rifatta alla fine dell’Ottocento, Il teatro non dovette essere di grande soddisfazione se nel piano regolatore del 1920 (stilato da Vincenzo Memma) si previde (ma non se ne fece nulla) un grande teatro nell’isolato delimitato tra le via S. Giovanni, S. Agostino, Iolanda Margherita (attuale Mazzini), Redentore. Chiuso per lavori nel 1986, è stato riaperto nel 2002, completamente ammodernato nei servizi, nella facciata e nei decori.
4. PIAZZA VANVITELLI
Nell’area della Piazza, nel Medioevo, sorse il primo nucleo abitato della città, il Villaggio Torre. Il Villaggio sorse intorno alla Torre fatta costruire dai nobili Della Ratta, feudatari di Caserta Vecchia, quando decisero di trasferire la propria abitazione a valle.
La piazza è dominata dal Palazzo Acquaviva o Palazzo Vecchio.
Era il cuore del villaggio “Torre”, borgo di Casa Irta già citato nella bolla di Senne (1113). Della configurazione medievale dei luoghi sappiamo poco: sicuramente l’edificio fu in condizione di ospitare i conti di Caserta almeno dal sec. XIV. Ancora nel 1530, la torre era fortificata, circondata da fossato e affiancata dalla casa del signore. Andrea Matteo Acquaviva, alla fine del 1500, continuò l’opera di ingrandimento del palazzo avviata dal padre Giulio Antonio (primo principe di Caserta). I lavori, seguiti dall’architetto G. A. Dosio, fiorentino, trasformarono l’edificio in un’articolata costruzione a tre piani, di cui uno ammezzato. Rare e di poco rilievo furono le vicende costruttive e sociali nel periodo dei Caetani (eccezionale fu la festa data da Filippo Caetani nel 1671 per il viceré). Il palazzo fu restaurato e ampliato tra il 1754 e il ’56, su progetto di Luigi Vanvitelli, per ospitare la numerosa famiglia reale di Carlo di Borbone e poi il giovane Ferdinando. Fu abitato fino al termine degli appartamenti della Reggia o Nuovo Real Palazzo rispetto al quale fu detto Vecchio. Le successive utilizzazioni (dettate da scopi funzionali e spesso inadatte al ruolo e al prestigio del palazzo) comportarono drammatiche trasformazioni dell’impianto originario: padiglione militare (1841), Regia Agenzia dei Tabacchi, Consiglio di Leva, Ordine dei Sanitari. Al suo interno ospitò la Sala della Musica, la Scuola Artistica del legno, le Scuole Popolari maschili e femminili, il Panificio Militare (1878) e la Regia Prefettura. Ancora oggi è sede del Questore e del Prefetto. Nel palazzo c’era anche un oratorio dedicato alla Vergine Addolorata, poi divenuta cappella reale, ed una piccola cappella al pian terreno. Anche la torre, originariamente a 4 piani, oggi appare ridimensionata in altezza e ingrossata in pianta. Il cosiddetto “casamento della Marchesa”, che prende il nome da Anna Acquaviva, Marchesa di Bellante, era una pertinenza del palazzo Vecchio; appare nella veduta di Pacichelli (1703); fu trasformata forse alla fine dell’800. L’area antistante il Palazzo Acquaviva o Palazzo Vecchio era l’antica piazza del mercato cittadino, trasferito lì da Casa Hirta nel 1407. Sulla Piazza si affacciano il Municipio, la Banca d’Italia, la Questura e i palazzi antichi come il Palazzo Leonetti (del XVIII sec. e su disegno di Carlo Vanvitelli), splendido esempio delle costruzioni padronali dell’epoca, in cui oggi ha sede il Banco di Roma. Nel 1879, venne inaugurata la Villa Comunale al centro della quale si erge il monumento a Luigi Vanvitelli, realizzato da Onofrio Buccino. Agli angoli del piedistallo su cui è posta la statua, che con una mano indica la Reggia, sono rappresentate le arti in cui eccelleva il grande architetto.

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Prefettura
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Palazzo Paternò
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Via Giannone
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Via De Dominicis

5. VIA GIANNONE E CONVENTO E CHIESA DI SANT’ANTONIO
A poca distanza da Piazza Vanvitelli, proseguendo diritto, corre Via Giannone, dove è ubicato il cinquecentesco complesso di Sant’Antonio.
Già intorno al 1335 si ha notizia di una chiesa di S. Antonio costruita in Caserta a spese di Pietro da Sparano. Si deve alla devozione degli Acquaviva e alla loro particolare predilezione per l’ordine francescano (insediati grazie alla potente famiglia in S. Francesco e in S. Lucia) la nascita nel sito attuale di un convento affidato ai Conventuali (uno dei rami in cui la famiglia francescana si era divisa nel sec. XVI). Il conte Giulio Antonio Acquaviva e la moglie decisero di fondarlo lungo la “strada grande” che da loro palazzo (attuale sede della Prefettura) conduceva “verso lo casale della Dolifreda”. Nel 1575 fu stipulato il rogito notarile di fondazione e l’anno seguente si cominciò l’edificazione del complesso conventuale. La chiesa originaria, ad una navata e cinque cappelle, fu intitolata a S. Caterina. Da questa prima chiesa proviene l’interessante tavola di Pompeo Landulfo, probabilmente sull’altare maggiore, oggi nella Curia Vescovile, raffigurante la santa. Fin dall’inizio, la devozione dei francescani per S. Antonio di Padova, diffuse il culto del Santo e trasferì, impropriamente, il titolo al tempio. Nel 1783 il convento fu ceduto ai Carmelitani che avevano dovuto lasciare la sede (nel sito dell’attuale Cattedrale in Caserta nuova) per l’ubicazione della parrocchia di S. Sebastiano dopo la distruzione della chiesa omonima. Soppresso il convento in età napoleonica, successivamente entrò nei beni della Real Casa Borbone e solo nel 1823 fu affidato ai Redentoristi o Padri Liguorini che intitolarono la chiesa al loro fondatore S. Alfonso Maria de’ Liguori. Ma il titolo che il popolo continuò restò S. Antonio e finalmente nel 1843 Ferdinando II ufficialmente legò alla chiesa, ricostruita, ingrandita ed inaugurata nel 1848, sostanzialmente nelle forme attuali, da Pietro Valente, importante architetto napoletano, artefice della seconda fase del Neoclassicismo quale professore e poi direttore dell’Accademia di Belle Arti, autore della villa Acton (oggi Museo Pignatelli). Nel 1868 i Liguorini lasciarono il convento che fu destinato a Scuole e Licei. Dal 1972 è sede di parrocchia.
6. VIA DE DOMINICIS E PALAZZO PATERNO’
Proseguendo per Via Pollio si giunge alla Piazza Duomo, dalla quale si accede a Via De Dominicis (Via San Carlo), che un tempo, per volontà di Carlo di Borbone, ospitò in un edificio, detto successivamente Quartiere e demolito nel secondo dopoguerra, la Real Fabrica del Guado (per la tintura dei tessuti) e la Real Fabbrica di Faenze (per la cottura dei mattoni e dei decori ceramici del Palazzo Reale).
Su Via De Dominicis si affaccia Palazzo Paternò (non visitabile perché di proprietà privata). Il Palazzo Paternò fu realizzato nel 1775 con la duplice funzione di palazzo cittadino e villa suburbana. Fu interamente progettato e realizzato dall’archietto napoletano Gaetano Barba per il primogenito figlio del marchese Lorenzo Paternò, Vincenzo Paternò, che fu uno dei maggiori committenti dell’architetto. Le ragioni di questa scelta sono forse da ricercare nella volontà di Paternò, come di molti altri rappresentanti dei più alti ranghi dello Stato, di seguire la corte borbonica nella città reale, in concomitanza con la costruzione della Reggia di Caserta. Già nel 1771, Lorenzo Paternò, intraprese la rifrazione di un palazzo a Caserta, con la direzione di Gaetano Barba e, nel 1774, il giovane Vincenzo decise di affidare all’architetto anche la costruzione di un nuovo palazzo “alla via che conduce a San Carlo”. L’edificio ideato da Gaetano Barba è un incrocio fra l’organismo barocco a pianta centrale e un impianto longitudinale, tipo di una residenza urbana. Il Palazzo Paternò è costituito da due piani. Alle sue spalle si estende l’area agricola attraverso una serie di spazi sempre più aperti, definiti dalla successione: cortile, giardino delimitato, tenuta agricola. La funzionalità del Palazzo Paternò risponde a molteplici usi. Grazie a questa disposizione planimetrica l’edificio è legato sia all’ambiente urbano, come palazzo cittadino, che alla campagna adiacente, come villa suburbana. Per risalire all’originaria disposizione planimetrica, attualmente in parte alterata, può essere utilizzata la parziale descrizione contenuta in alcune lettere del 1775, inviate dalla marchesa Paternò – Mendoza, madre di Vincenzo, al segretario di Stato. Da esse si deduce che nel giardino del palazzo grande, destinato all’abitazione di Vincenzo, esisteva un casino, costruito per ospitare la marchese madre. Il palazzo è, quindi, residenza patrizia, ma anche luogo di derrate e conserva un rapporto dialettico con la campagna circostante. Il cortile è unico: vi si accede dall’atrio, in corrispondenza del portale d’ingresso, ed è concluso dall’esedra, decorata con busti marmorei, attraverso la quale si entra nel giardino, ove era posta una scenografica fontana.
La scala, di stile barocco, assume (come nelle settecentesche ville vesuviane) il ruolo di protagonista dell’intera composizione. Nell’apparato decorativo della scala ogni più piccolo particolare architettonico appare attentamente studiato: dall’invito (originariamente decorato con busti marmorei) che, con il suo movimento concavo – convesso sembra accogliere il visitatore alla balaustra le cui linee compositive ripropongono il motivo del cerchio iscritto in un rettangolo, già utilizzato da Barba nella rampa esterna dello scalone di Padula, fino agli elementi ornamentali delle porte di accesso agli appartamenti, con mensole, volute e busti che attraverso una netta torsione del capo, sembrano guidare l’ascesa dell’osservatore. L’edificio è interessante per tre motivi:
1. logistico, perché posto in maniera emergente sull’asse storico che iniziava dalla chiesetta di San Carlo;
2. religioso, perché sede temporanea del vescovo casertano;
3. architettonico, perché quale raro edificio casertano settecentesco non riconducibile alla scuola vanvitelliana.
A poca distanza dal Palazzo si trova la Chiesetta di Montevergine, edificata nel 1636 da Carlo Acquaviva di Aragona e dedicata, nel 1700, a San Carlo in onore del re. Nella piazzetta antistante la Chiesetta, il 2 ottobre 1860, i garibaldini si scontrarono con le truppe borboniche a difesa del presidio militare di Caserta.